Infografica: Sistema Idrico Nazionale. Perdite di rete e costo dell’acqua

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Il “ponte solare” sul Tamigi

Il “ponte solare” sul Tamigi

viaIl “ponte solare” sul Tamigi.

Online fundraising trends: tra social networking, mash up e trasparenza

Il fundraising, il processo di sollecitazione e raccolta di risorse finanziarie e materiali a favore di organizzazioni senza scopo di lucro o di cause solidaristiche e umanitarie sembra ormai permeare, ve ne sarete accorti, ogni spazio mediatico.

In realtà si tratta di un inganno prospettico. Ma di certo gli spazi che il privato sociale è riuscito a conquistarsi, un po’ per moda un po’ per una più matura professionalità e capacità di dialogo, sono indubbiamente cresciuti.

Alla conquista dei territori del marketing non profit non poteva di certo mancare l’agorà telematico, sull’onda crescente di un’esplosione che dai paesi anglosassoni (Australia e Canada compresi) sembra da qualche anno dare i suoi primi segni di vitalità anche qui nell’Europa continentale.

I più bravi, i first movers, quelli che hanno saputo da subito capire l’importanza di investimenti mirati, hanno già da tempo imparato a usare (sfruttando redemption e ROI entusiasmanti) anche qui in Italia strumenti come il direct email marketing, l’advertising online, il keywords advertising o il search engine marketing. Ma si è trattato di esempi tanto illuminati e di successo quanto isolati.

Gli altri, la massa, non guidati da un rigoroso approccio di marketing a partire dai board di direzione o semplicemente assopiti dai risultati vigorosi di altri canali di raccolta fondi, sembrano solo oggi cogliere quanto sia fondamentale una strategia di posizionamento in quel mondo che, volenti o nolenti, segnerà in maniera crescente le nostre vite.

Ma in quale direzione muoversi in tempi di redemption striminzite e ROI utopici per quelli che sembrano (e sottolineo, sembrano) mezzi già logori come i banner o le DEM? Dove investire, tenendo conto della propria natura (anche valoriale) e della sempre più avvertita sensibilità verso un uso “accorto” e “responsabile” delle risorse disponibili?

Qualche settimana fa su Fundraising Now! (dove da un anno tratto i temi dell’interazione fra fundraising, internet, social networking, innovazione e persone) ho cercato di divinare le stelle insieme ad alcuni amici e a qualche guru (compreso Seth Godin, attentissimo al tema) su quello che sarà il futuro della raccolta fondi online e ne sono venute fuori alcune suggestioni che credo possa avere senso condividere anche fuori dalle un po’ troppo spesso neglette (sempre secondo l’angolo prospettico della penisola) stanze del marketing non profit.

Chi volesse leggerle tutte può trovarle nello slideshow qui in basso, ma su alcune vorrei soffermarmi nel prosieguo.

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Pornomarketing: Comportamento del Consumatore & Pulsioni di acquisto

Recentemente, riprendendo una frase di Ernest Dichter,, ho pensato di parlare di motivazioni di acquisto, argomento assolutamente non trascurabile evidentemente, dato che la comprensione dei percorsi di scelta dell’individuo è elemento fondamentale per qualunque impresa.

Nella casa nuova era già installata [prevista dal capitolato] la parabola per visionare i canali satellitari e qualche giorno fa facendo zapping tra gli oltre 1500 canali disponibili ho verificato come molti di questi siano dedicati alla promozione delle linee telefoniche erotiche scomparse dagli schermi della televisione analogica in seguito ad una legge relativamente recente che di fatto ne proibisce la programmazione.

Il porno è da sempre precursore dei tempi.

L’apertura di nuovi canali distributivi, prima con le videocassette in edicola, oggi con la ricca offerta sulle reti di telefonia mobile, e la costante ricerca di innovazione complessiva del settore possono [al di là di gusti e moralismi individuali] essere d’insegnamento per molti altri settori e segmenti di mercato.In particolare, sono rimasto “affascinato” [non pensate male, vi prego] dalle tipologie di offerta di queste “hot line” che non solo hanno trovato il modo di bipassare i blocchi alle linee telefoniche ma hanno ulteriormente ampliato l’offerta nonostante la concorrenza che attraverso il web ha avuto luogo.

Per ogni linea telefonica dedicata sono indicati [tralasciando i più espliciti] i diversi servizi offerti, esistono veri e propri prodotti e linee di prodotto.

Ecco dunque che esistono diverse categorie:

- Categoria/Linea di prodotto “Donne”: donne mature, donne grasse, donne mature vogliose

- Categoria/Linea di prodotto “Casalinghe”: casalinghe vogliose, calde casalinghe, casalinghe 40enni

- Categoria/Linea di prodotto “Anziane”: anziane maliziose, anziane casalinghe [che strizza l'occhio anche alla precedete "categoria"], anziane porcone

ed anche diversi prodotti che vanno dalle studentesse ai trans dotati passando per le porcone svizzere [questo ad onor del vero è quello che maggiormente mi ha incuriosito ipotizzando che non si tratti di hamburger di maiale] e grasse & tettone sino ad arrivare all’ottimistico top model calde & disponibili.

Sorridere al riguardo è ovviamente lecito ma induce ad una domanda ed alla relativa riflessione che inevitabilmente ne deve seguire.Se sono state create queste offerte, che vista la numerosità e la persistenza nel tempo devono evidentemente attrarre un numero cospicuo di persone, è perché – come risaputo – esistono gusti e preferenze diversi.

Stiamo dunque parlando di personalizzazione e marketing one to one.

Se il prodotto/servizio è immateriale poiché virtuale, come e cosa produce pulsioni d’acquisto relativamente a ciascuna delle offerte?

Stiamo parlando dunque di psicologia di marketing e di leve persuasive.

Nel tentativo di approfondire entrambi gli aspetti che, come spero risulti evidente, al di là dell’oggetto specifico sono di interesse generale, sono anche andato a consultare uno dei testi che non possono mancare nella libreria di chi si occupa di marketing e comunicazione dal quale è presa l’immagine sottostante.

Regolazione della tensione psicologica e acquisto
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[Fonte: Daniele Trevisani "Psicologia di Marketing e Comunicazione: Pulsioni d'acquisto, leve persuasive, nuove strategie di comunicazione e management"]
Se infatti è comunemente assodato e riconosciuto che dalla vista, e dunque dagli occhi, riceviamo circa l’80% delle informazioni e che la percezione influenza pesantemente le credenze e perciò i comportamenti dell’individuo quali sono le leve persuasive che inducono l’individuo a scegliere [a titolo esemplificativo] di comporre il numero riportato sotto alla scritta “donne grasse” piuttosto che “casalinghe 40enni”?
Esistono leve di percezione extrasensoriale come la filosofia e le religioni orientali parrebbero suggerire, o sono ancora sufficienti i modelli di marketing percettivo disponibili e tecniche di pensiero laterale per comprendere dinamiche quali quelle esemplificate?
Una frase di Einstein relativa all’importanza dell’aspetto mentale della costruzione della realtà che percepiamo e significhiamo recita: “Reality is a feature of theory used to understand the world, rather than a feature of the world itself. One is danger of being misled by the illusion that the “real” of our daily experience, “exists really”, and that certain concepts of physics are “mere ideas” separated from the ” real ” by an unbridgeable gulf.
Questa affermazione, nella mia personale ricerca comunque di razionalità d approccio e metodo, può essere correlata ai risultati emergenti dal congresso internazionale sulle tendenze del marketing che Marina Daccò, docente di analisi del comportamento del consumatore dell Università di Parma, riprende in un white paper di assoluto interesse.
“Ma il consumatore pensa ? Attualità e limiti dell’approccio comportamentista nella comprensione del comportamento del consumatore” solleva , seppur da una prospettiva distinta, gli stessi dubbi e le stesse domande che mi sono posto e pongo [a proposito di pensiero laterale] partendo dalla visione delle sollecitazioni erotiche precitate.Le risultanze al quale si giunge sono egregiamente sintetizzate dalle due figure di sintesi sottoriportate:

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[Fonte]

L’ELM [Elaboration Likehood Model] e la catena Mezzi – Fini sono i due approcci metodologici richiamati ed utilizzati dal gruppo di lavoro parmense per tentare di dare una risposta.
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[Fonte]

Sembrerebbe dunque che, così come era stato raffigurato anche nel tentativo di identificare i principali driver dell’influenza, sugli elementi cognitivo – razionali prevalgano i fattori affettivo – emozionali che agiscono a livello subconscio ed inconscio sia per beni e servizi di basso che di elevato valore unitario di acquisto.

Potrebbero anche così spiegarsi le recenti variazioni del paniere Istat riportate dai maggiori quotidiani nazionali nei giorni scorsi. L’introduzione infatti di beni quali Insalata in confezione, Navigatore satellitare, Giochi elettronici per console ed altro ancora, inseriti poiché sempre più presenti nei consumi delle famiglie italiane,in apparente contraddizione con la perdita di potere d’acquisto e la conclamata “crisi della terza settimana” potrebbere essere motivata grazie ad elementi non cognitivisti e razionali.

Ho cercato, ancora una volta, di sintetizzare l’attuale stato dell’arte sul comportamento del consumatore & sulle leve motivazionali e persuasive di acquisto integrandovi alcune mie personali riflessioni e considerazioni.

L’obiettivo, oltre a fornire un servizio a chi non è familiare con queste tematiche, è di ampliare il confronto ed il dibattito sul tema al fine di raccogliere collaborazioni e contributi di costruzione all’ evoluzione ed all’innovazione di marketing.

Oltre ai contributi dello “zoccolo duro” dei collavoratori di Marketing Agorà mi piacerebbe se potessero fornire la loro opinione e visione sul tema, in ordine sparso:
- Maurizio GoetzGianluca DiegoliLorenzo BiscontinMarco MassarottoGianandrea FacchiniKTTBMarcello CividiniDr WhoRoldano De PersioLuca De FinoMatteo BalzaniLuca MeccaValeria MaltoniRoberto VenturiniMatteo MatteoClaudio IacovelliSimone Lovati ……………..tutti coloro che vorranno fornire un loro contributo [tag: leve persuasive].

Social Networking more thoughts about it

Come anticipato, riprendiamo il discorso intrapreso ieri su questo tema e dopo aver espresso la mia sintetica opinione sui contenuti del white paper passiamo quest’oggi agli spunti di riflessione e confronto proposti nell’articolo.

Condivido assolutamente quel che dice Lele Dainesi quando afferma che : “La prima cosa che i social network mi hanno insegnato è che devo avere un motivo per frequentarli e non solo per iscrivermi. Altrimenti sonnecchio“.

Ovviamente questo è quel che avviene anche per quanto riguarda le relazioni della “vita reale”. Non a caso, a titolo esemplificativo, le palestre, sorpassato il periodo di crescita esponenziale legato all’edonismo più sfrenato, si propongono attualmente di fatto come luogo in cui socializzare in una visione olistica di bellessere relativamente alla quale pubblicherò a breve il video di una speech del sottoscritto.

Da questa considerazione ne derivano quindi due potenziali sviluppi.

In primis che la verticalizzazione dei social network, oggi agli albori, sarà sicuramente il trend emergente in quest’ambito pena un elevato numero di iscritti ma un basso tasso di partecipazione come second life allo stato attuale di sviluppo parrebbe insegnare.

In seconda battuta, come diretta conseguenza della prima, si assisterà ad una inevitabile frammentazione ed i grandi numeri di MySpace e altri saranno soppiantati progressivamente [se dovessi azzardare una previsione direi entro il prossimo triennio] da una molteplicità di nicchie di dimensioni più o meno modeste. Questo se da un lato consentirà di mirare in maniera ancor più accurata la comunicazione ai distinti cluster di individui, dall’altro [ri]proporrà il problema della redditività per ideatori/gestori di queste iniziative.

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Altri elementi di confronto e di riflessione [grazie davvero] vengono offerti quando si afferma che: “E’ un social network e quindi godo della credibilità delle persone di cui dico di essere amico” [.....], proseguendo, “Potente, la mia credibilità aumenta agli occhi dell’estraneo, il mio livello di trust è sostenuto dal livello di trust di Cris“.

Senza nulla togliere alla bontà della riflessione ed allo stimolo al confronto che essa offre, anche in questo caso non mi pare che ciò rappresenti una novità. La referenziazione attiva sia in termini di relazioni sociali che a livello di business fa parte di quelle che, in sintesi, definirei basic skills di vendita.

Citare l’aver effettuato una precedente vendita ad un cliente [di buona fama] è una delle più vecchie attenzioni che ogni buon venditore non dimentica mai. Citare il proprio capitale sociale e dunque “vantare” determinate relazioni è, altrettanto, di uso antico.

Nulla di nuovo sotto il sole, dunque. La novità è rappresentata dal mezzo che consente di abbattere distanze e costi nelle relazioni.

Relazioni che, come conferma anche nel suo commento Carlo Mazzucchelli, rischiano di divenire decisamente effimere se non coltivate con tempo e dedizione off line, in particolare per quanto riguarda il nostro paese.

Un computer non può sostituire la capacità di giudizio più di quanto una penna possa sostituire una solida base di conoscenze letterarie” – Robert McNamara -

Social Networking……….what for?

Lele Dainesi ha recentemente pubblicato alcune sue riflessioni relativamente al ruolo e significato dei diversi social network esistenti partendo da un suo “esperimento” su AsmallWorld.

Tra gli altri sono stato invitato a fornire sul suo blog un commento al tema proposto.

Preferisco invece rispondere all’appello da questi spazi sia per poter fornire un contributo minimamente strutturato che per [tentare di] allargare ulteriormente il confronto professionale su questo tema di grande interesse ed attualità.

Sia nell’articolo pubblicato che nel white paper divulgativo reso disponibile in allegato vi sono pluralità e ricchezza di contenuti, spero di riuscire a dare struttura oltreche corpo al mio modesto intervento.

Procediamo con ordine.

La prima parte del dossier si concentra su cosa siano [e cosa NON siano] i social network. Sia dalla lettura della tabella riassuntiva che dal testo parrebbe emergere come “un social network NON è, invece, un ambiente dove gli utenti possono caricare i propri contributi (file digitali di ogni genere). Un blog non è un SN perchè i lettori non hanno un profilo e non possono essere organizzati su differenti << livelli di amicizia >>”.

Ritengo che questa distinzione sia prevalentemente tecnica/tecnologica e rischia di tralasciare la motivazione e gli obiettivi che le persone si danno [più o meno consapevolmente] nel momento in cui, su sollecitazione altrui o di propria iniziativa laddove praticabile, si iscrivono ad uno o, come spesso accade, più social network.

Nei social network ai quali sono personalmente iscritto l’unico che dà modo di organizzare i propri contatti su differenti livelli di amicizia è Neurona dal quale ben presto rimuoverò il mio profilo poiché la funzione netmail consente uno spamming continuo che definire fastidioso è un eufemismo.

Nella mia esperienza di oltre quattro anni di cura di un blog, dovendo trarre un bilancio relativamente all’utilità personale, in senso strumentale, di questa pratica, ritengo che il valore aggiunto sia derivato proprio dai contatti che sono riuscito a stabilire partendo dalle relazioni che si sono instaurate con altri professionals “visitatori e pazienti lettori” dei miei scritti.

A mio avviso la differenza eventuale può essere rilevata relativamente all’esclusività dei blog, che di fatto sono quasi sempre mono autore, più che al ruolo di creazione di relazioni sociali al quale assolvono meglio di molti social network “generalisti” quali MySpace o Facebook.

Lele Dainesi più avanti all’interno del white paper realizzato afferma che “i SN sono l’evoluzione dei blog Il 2007 sarà l’anno dell’esplosione dei social network perchè i SN sono degli “aggregatori di tempo” (e di attività). Inoltre i SN non sono più una prerogativa dei teenager. La maggior parte delle comunità virtuali esistenti (forum, chat e gruppi di discussione) migreranno verso il modello SN e molti nuovi SN nasceranno …..Se vogliamo che il pubblico attivo cresca dobbiamo favorirne un’associazione in forma di SN perchè i blog sono piuttosto impegnativi da mantenere. Mettere un video su YouTube o aprire una pagina su MySpace sono azioni molto più veloci e semplici di mantenere un blog = questo tipo di attività è destinato a coinvolgere molte più persone”.

Sono dolente di dover complessivamente dissentire da questa affermazione.

Per instaurare delle relazioni che vadano oltre la duplicazione di contatti preesistenti i social network richiedono una dedizione ed un tempo che non mi pare molto diverso da quello di mantenere ["curare"] un blog. L’aggregazione di attività in un unico luogo, virtuale, quale quello di un social network non mi pare che crei delle facilitazioni in termini di tempo da dedicare alle stesse.

Diverso è il discorso relativamente al livello di partecipazione che all’interno dei social network è effettivamente maggiore rispetto a quella dei blog e più vicina a quella dei forum di discussione . Le motivazioni sono probabilmente da ricercarsi nel vissuto che le persone hanno di questi mezzi. Mentre, infatti, i blog [come dicevo] sono ambiti più esclusivi ed autoreferenziale i forum ed i social network sono percepiti come ambienti più aperti e sono dunque facilitanti rispetto al livello di partecipazione ed interazione tra individui. Complessivamente mi pare comunque che anche in questo caso la legge di Pareto si confermi ampiamente.

Certamente, come viene evidenziato dalla verbalizzazione contenuta nel dossier sottoriportata, queste dinamiche generali sono fortemente influenzate da fattori culturali.

Purtroppo quando ho vissuto a Londra i cabs recavano le prime pubblicità che annunciavano l’avvento del fax e quindi non ho avuto modo di vivere e sperimentare personalmente queste dinamiche ma è indubbio che sia la cultura di condivisione della conoscenza che il modo di instaurare e vivere le relazioni sia estremamente distinto tra popoli di diverse nazioni.

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La verticalizzazione dei social network non riguarda soltanto gli argomenti di interesse di gruppi di utenti che a mio avviso si aggregheranno in futuro maggiormente in comunità di pratica quali Marketing Agorà ambisce a divenire ma, come già in corso, attiene maggiormente alla “regionalità” dei network. Lunarstorm e QQ.com sono solo alcune delle esemplificazioni concrete in atto di questa dinamica.

Domani “completerò” il mio contributo su questo tema partendo dagli stimoli contenuti all’interno dell’articolo che ha già attivato un dibattito davvero articolato ed interessante.

A voi la parola.

C’era una volta Garosci

Il nome Garosci ha richiamato alla mia memoria i tempi in cui uno dei key account della Star veniva a chiedermi “i contributi” per l’inserimento o le promozioni dei prodotti di cui era co-responsabile all’interno del gruppo distributivo in questione.

Sarà stata la vena nostalgica del ricordo dei “bei tempi andati” o forse l’accattivante copertina  o forse ancora la razionalizzazione dei titoli della mia libreria seguita al recente trasloco che ha creato spazi per la sistemazione di nuovi volumi ad indurmi all acquisto di “C’era una volta il supermarket…… e c’è ancora” , difficile dir[se]lo. Di fatto ho recentemente proceduto all’ acquisto incauto del predetto volume.

Il sottotitolo ["Cinquant'anni di supermercati in Italia: Sociologia dei consumi che cambiano"] e la lettura dell’indice sapientemente costruito con titoli dei capitoli quali “ << Just in Time >>. Dai container ai << mall >> : una singolare similitudine” o “Una proposta per il futuro all’insegna del << glocal >>” non traggano in inganno il potenziale lettore/acquirente, trattasi esclusivamente di una sapiente operazione di marketing editoriale, nella sua accezione negativa, priva di qualsiasi valore e rilievo.

La pubblicazione si articola in tre parti.

La prima, realizzata da Franco Fava, “Verso il commercio moderno” vorrebbe tracciare una panoramica della storia della grande distribuzione alimentare in Italia dal 1957 ad oggi e avrebbe l’ambizione di proporne gli sviluppi futuri. Il condizionale è d’obbligo poiché la superficialità e l’approssimazione delle 64 pagine risulta utile esclusivamente a coloro che non abbiano mai risieduto ed operato professionalmente nel nostro paese o, nella migliore delle ipotesi, per ricordare a titolo di curiosità che Upim sta per Unico Prezzo Italiano Milano.

La seconda e terza parte, redatte invece da Riccardo Garosci, sono il legittimo, ma insignificante per il lettore, atto di orgoglio nostalgico dell’autore sulla storia e le evoluzioni aziendali del gruppo Garosci. Una ricerca sul web assolve più rapidamente ed economicamente al medesimo obiettivo.

Anche il ranking delle prime 100 aziende distributive del mondo inserito nel libro è relativo al 2005 e manca di attualità e contenuto come tutto il resto del volume.

Unico dato d’interesse per chi non è aggiornato sul tema operando, voglio supporre, in altri ambiti, sono le quote percentuali delle vendite dei format moderni del settore alimentare e assimilati [grocery]:

Self service & Superettes: mq. 100 – 399 17%
Supermercati medi: mq. 400 – 1499 31%
Supermercati grandi – Superstores: mq. 1500 – 2500 11%
Ipermercati: mq. 2500 – 4999 12%
Grandi superfici: oltre i 5000 mq. 16%
Discounts 10%
Altri 3%
   
Totale 100

[Fonte: Istituto Europeo per il Mercato - I.E.M. 2007]

Ora potete davvero fare a meno di acquistare il libro e destinare i 19 euro del prezzo di copertina ad altro.

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