Online fundraising trends: tra social networking, mash up e trasparenza

Il fundraising, il processo di sollecitazione e raccolta di risorse finanziarie e materiali a favore di organizzazioni senza scopo di lucro o di cause solidaristiche e umanitarie sembra ormai permeare, ve ne sarete accorti, ogni spazio mediatico.

In realtà si tratta di un inganno prospettico. Ma di certo gli spazi che il privato sociale è riuscito a conquistarsi, un po’ per moda un po’ per una più matura professionalità e capacità di dialogo, sono indubbiamente cresciuti.

Alla conquista dei territori del marketing non profit non poteva di certo mancare l’agorà telematico, sull’onda crescente di un’esplosione che dai paesi anglosassoni (Australia e Canada compresi) sembra da qualche anno dare i suoi primi segni di vitalità anche qui nell’Europa continentale.

I più bravi, i first movers, quelli che hanno saputo da subito capire l’importanza di investimenti mirati, hanno già da tempo imparato a usare (sfruttando redemption e ROI entusiasmanti) anche qui in Italia strumenti come il direct email marketing, l’advertising online, il keywords advertising o il search engine marketing. Ma si è trattato di esempi tanto illuminati e di successo quanto isolati.

Gli altri, la massa, non guidati da un rigoroso approccio di marketing a partire dai board di direzione o semplicemente assopiti dai risultati vigorosi di altri canali di raccolta fondi, sembrano solo oggi cogliere quanto sia fondamentale una strategia di posizionamento in quel mondo che, volenti o nolenti, segnerà in maniera crescente le nostre vite.

Ma in quale direzione muoversi in tempi di redemption striminzite e ROI utopici per quelli che sembrano (e sottolineo, sembrano) mezzi già logori come i banner o le DEM? Dove investire, tenendo conto della propria natura (anche valoriale) e della sempre più avvertita sensibilità verso un uso “accorto” e “responsabile” delle risorse disponibili?

Qualche settimana fa su Fundraising Now! (dove da un anno tratto i temi dell’interazione fra fundraising, internet, social networking, innovazione e persone) ho cercato di divinare le stelle insieme ad alcuni amici e a qualche guru (compreso Seth Godin, attentissimo al tema) su quello che sarà il futuro della raccolta fondi online e ne sono venute fuori alcune suggestioni che credo possa avere senso condividere anche fuori dalle un po’ troppo spesso neglette (sempre secondo l’angolo prospettico della penisola) stanze del marketing non profit.

Chi volesse leggerle tutte può trovarle nello slideshow qui in basso, ma su alcune vorrei soffermarmi nel prosieguo.

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Social Networking more thoughts about it

Come anticipato, riprendiamo il discorso intrapreso ieri su questo tema e dopo aver espresso la mia sintetica opinione sui contenuti del white paper passiamo quest’oggi agli spunti di riflessione e confronto proposti nell’articolo.

Condivido assolutamente quel che dice Lele Dainesi quando afferma che : “La prima cosa che i social network mi hanno insegnato è che devo avere un motivo per frequentarli e non solo per iscrivermi. Altrimenti sonnecchio“.

Ovviamente questo è quel che avviene anche per quanto riguarda le relazioni della “vita reale”. Non a caso, a titolo esemplificativo, le palestre, sorpassato il periodo di crescita esponenziale legato all’edonismo più sfrenato, si propongono attualmente di fatto come luogo in cui socializzare in una visione olistica di bellessere relativamente alla quale pubblicherò a breve il video di una speech del sottoscritto.

Da questa considerazione ne derivano quindi due potenziali sviluppi.

In primis che la verticalizzazione dei social network, oggi agli albori, sarà sicuramente il trend emergente in quest’ambito pena un elevato numero di iscritti ma un basso tasso di partecipazione come second life allo stato attuale di sviluppo parrebbe insegnare.

In seconda battuta, come diretta conseguenza della prima, si assisterà ad una inevitabile frammentazione ed i grandi numeri di MySpace e altri saranno soppiantati progressivamente [se dovessi azzardare una previsione direi entro il prossimo triennio] da una molteplicità di nicchie di dimensioni più o meno modeste. Questo se da un lato consentirà di mirare in maniera ancor più accurata la comunicazione ai distinti cluster di individui, dall’altro [ri]proporrà il problema della redditività per ideatori/gestori di queste iniziative.

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Altri elementi di confronto e di riflessione [grazie davvero] vengono offerti quando si afferma che: “E’ un social network e quindi godo della credibilità delle persone di cui dico di essere amico” […..], proseguendo, “Potente, la mia credibilità aumenta agli occhi dell’estraneo, il mio livello di trust è sostenuto dal livello di trust di Cris“.

Senza nulla togliere alla bontà della riflessione ed allo stimolo al confronto che essa offre, anche in questo caso non mi pare che ciò rappresenti una novità. La referenziazione attiva sia in termini di relazioni sociali che a livello di business fa parte di quelle che, in sintesi, definirei basic skills di vendita.

Citare l’aver effettuato una precedente vendita ad un cliente [di buona fama] è una delle più vecchie attenzioni che ogni buon venditore non dimentica mai. Citare il proprio capitale sociale e dunque “vantare” determinate relazioni è, altrettanto, di uso antico.

Nulla di nuovo sotto il sole, dunque. La novità è rappresentata dal mezzo che consente di abbattere distanze e costi nelle relazioni.

Relazioni che, come conferma anche nel suo commento Carlo Mazzucchelli, rischiano di divenire decisamente effimere se non coltivate con tempo e dedizione off line, in particolare per quanto riguarda il nostro paese.

Un computer non può sostituire la capacità di giudizio più di quanto una penna possa sostituire una solida base di conoscenze letterarie” – Robert McNamara –

Social Networking……….what for?

Lele Dainesi ha recentemente pubblicato alcune sue riflessioni relativamente al ruolo e significato dei diversi social network esistenti partendo da un suo “esperimento” su AsmallWorld.

Tra gli altri sono stato invitato a fornire sul suo blog un commento al tema proposto.

Preferisco invece rispondere all’appello da questi spazi sia per poter fornire un contributo minimamente strutturato che per [tentare di] allargare ulteriormente il confronto professionale su questo tema di grande interesse ed attualità.

Sia nell’articolo pubblicato che nel white paper divulgativo reso disponibile in allegato vi sono pluralità e ricchezza di contenuti, spero di riuscire a dare struttura oltreche corpo al mio modesto intervento.

Procediamo con ordine.

La prima parte del dossier si concentra su cosa siano [e cosa NON siano] i social network. Sia dalla lettura della tabella riassuntiva che dal testo parrebbe emergere come “un social network NON è, invece, un ambiente dove gli utenti possono caricare i propri contributi (file digitali di ogni genere). Un blog non è un SN perchè i lettori non hanno un profilo e non possono essere organizzati su differenti << livelli di amicizia >>”.

Ritengo che questa distinzione sia prevalentemente tecnica/tecnologica e rischia di tralasciare la motivazione e gli obiettivi che le persone si danno [più o meno consapevolmente] nel momento in cui, su sollecitazione altrui o di propria iniziativa laddove praticabile, si iscrivono ad uno o, come spesso accade, più social network.

Nei social network ai quali sono personalmente iscritto l’unico che dà modo di organizzare i propri contatti su differenti livelli di amicizia è Neurona dal quale ben presto rimuoverò il mio profilo poiché la funzione netmail consente uno spamming continuo che definire fastidioso è un eufemismo.

Nella mia esperienza di oltre quattro anni di cura di un blog, dovendo trarre un bilancio relativamente all’utilità personale, in senso strumentale, di questa pratica, ritengo che il valore aggiunto sia derivato proprio dai contatti che sono riuscito a stabilire partendo dalle relazioni che si sono instaurate con altri professionals “visitatori e pazienti lettori” dei miei scritti.

A mio avviso la differenza eventuale può essere rilevata relativamente all’esclusività dei blog, che di fatto sono quasi sempre mono autore, più che al ruolo di creazione di relazioni sociali al quale assolvono meglio di molti social network “generalisti” quali MySpace o Facebook.

Lele Dainesi più avanti all’interno del white paper realizzato afferma che “i SN sono l’evoluzione dei blog Il 2007 sarà l’anno dell’esplosione dei social network perchè i SN sono degli “aggregatori di tempo” (e di attività). Inoltre i SN non sono più una prerogativa dei teenager. La maggior parte delle comunità virtuali esistenti (forum, chat e gruppi di discussione) migreranno verso il modello SN e molti nuovi SN nasceranno …..Se vogliamo che il pubblico attivo cresca dobbiamo favorirne un’associazione in forma di SN perchè i blog sono piuttosto impegnativi da mantenere. Mettere un video su YouTube o aprire una pagina su MySpace sono azioni molto più veloci e semplici di mantenere un blog = questo tipo di attività è destinato a coinvolgere molte più persone”.

Sono dolente di dover complessivamente dissentire da questa affermazione.

Per instaurare delle relazioni che vadano oltre la duplicazione di contatti preesistenti i social network richiedono una dedizione ed un tempo che non mi pare molto diverso da quello di mantenere [“curare”] un blog. L’aggregazione di attività in un unico luogo, virtuale, quale quello di un social network non mi pare che crei delle facilitazioni in termini di tempo da dedicare alle stesse.

Diverso è il discorso relativamente al livello di partecipazione che all’interno dei social network è effettivamente maggiore rispetto a quella dei blog e più vicina a quella dei forum di discussione . Le motivazioni sono probabilmente da ricercarsi nel vissuto che le persone hanno di questi mezzi. Mentre, infatti, i blog [come dicevo] sono ambiti più esclusivi ed autoreferenziale i forum ed i social network sono percepiti come ambienti più aperti e sono dunque facilitanti rispetto al livello di partecipazione ed interazione tra individui. Complessivamente mi pare comunque che anche in questo caso la legge di Pareto si confermi ampiamente.

Certamente, come viene evidenziato dalla verbalizzazione contenuta nel dossier sottoriportata, queste dinamiche generali sono fortemente influenzate da fattori culturali.

Purtroppo quando ho vissuto a Londra i cabs recavano le prime pubblicità che annunciavano l’avvento del fax e quindi non ho avuto modo di vivere e sperimentare personalmente queste dinamiche ma è indubbio che sia la cultura di condivisione della conoscenza che il modo di instaurare e vivere le relazioni sia estremamente distinto tra popoli di diverse nazioni.

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La verticalizzazione dei social network non riguarda soltanto gli argomenti di interesse di gruppi di utenti che a mio avviso si aggregheranno in futuro maggiormente in comunità di pratica quali Marketing Agorà ambisce a divenire ma, come già in corso, attiene maggiormente alla “regionalità” dei network. Lunarstorm e QQ.com sono solo alcune delle esemplificazioni concrete in atto di questa dinamica.

Domani “completerò” il mio contributo su questo tema partendo dagli stimoli contenuti all’interno dell’articolo che ha già attivato un dibattito davvero articolato ed interessante.

A voi la parola.

Reputation Risk: Il paradigma non utopico

All’interno di questi spazi, da un lato Carlo Mazzucchelli propone una sintesi dello stato dell’arte davvero esaustiva relativamente alle “utopie per il marketing o marketing di utopie” che da luogo ad un fitto ed interessante confronto sul tema proposto, dall’altro Enore continua a condurre la sua battaglia per l’accessibilità caricandola di una doppia valenza, etica ed economica.

Il termine che accompagna entrambi i temi proposti che si ricorrono tra loro in un continuum virtuoso, seppur partendo da prospettive e priorità parzialmente distinte, pare essere fondamentalmente uno: utopia.

Parrebbe dunque che la visione di entrambi rischi di svanire nella definizione del termine trasformandosi in sogno e speranza invece che in obiettivo.

Recentemente io stesso ho definito coloro che collaborano a questo progetto come uno sparuto gruppo di avventurosi e visionari collavoratori alimentando forse la sensazione che la e – topia fosse tale. Seppur mi conforti constatare che le persone in grado di cogliere i segnali deboli abbiano compreso, al fine di meglio specificare questo tema ed alimentare così il confronto professionale sullo stesso, vorrei oggi approfondirne alcuni elementi.

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Nei mesi scorsi il grido di allarme sull’immagine e la capacità di promuovere se stesso da parte del marketing è stato lanciato da Gianpaolo Fabris nelle pagine di “Affari & Finanza” che per sottolinearne l’inadeguatezza ricordava come questa disciplina sia comunemente vissuta e declinata come sinonimo di “furbata”, di stratagemma artificioso teso ad ingannare l’individuo durante quel percorso che noi marketers tendiamo a definire atto d’acquisto e di consumo.

Personalmente ho sempre ritenuto che coloro ritenevano [ritengono] il marketing una disciplina così sofisticata e sottile dotata di occulte capacità di persuasione fossero degli illusi e/o degli ignoranti, immaginando che invece l’abilità e la professionalità degli addetti ai lavori si limitasse ad una sensibilità ed una capacità di approfondire l’analisi dei bisogni esplorando quelli che comunemente, in sintesi, vengono definiti bisogni consci inespressi e inconsci/latenti.

Ciò nonostante concordo con la necessità di rielaborare il percorso ed anche per questo mi accanisco nello sviluppo di questo nostro progetto la cui parte visibile è contenuta in questi ambiti virtuali.

Esiste una prima distinzione semantica che vorrei puntualizzare. Credo infatti che complessivamente più che di utopia si possa/debba parlare di distopia, anche in chiave di marketing, per sottolineare la continuità con il processo sin ora compiuto, amplificando e rendendo tangibili quelle tendenze che ipso facto sono già presenti e che le imprese non sono in grado di soddisfare per le carenze organizzative alle quali non riescono a supplire sin ora.

Il marketing infatti viene additato come responsabile e talvolta come promotore del disassamento tra impresa ed individuo ma questo avviene semplicemente poiché nell’ambito dell’organizzazione aziendale questo comparto rappresenta il primo [e spesso unico] punto di contatto tra l’azienda e i suoi stakeholders. A tale riguardo, sperando di non essere eccessivamente didattico e didascalico, vi [ri]propongo quella che tra tutte è la definizione di marketing che maggiormente condivido: “Il marketing consiste in un gruppo di attività organizzate, programmate, controllate, che partono dallo studio del consumatore, a livello individuale, della domanda,a livello aggregato e della concorrenza e si attuano in forma integrata, per il raggiungimento degli obiettivi di medio – lungo termine attraverso la soddisfazione del consumatore”.

La distonia attuale è insita nelle definizioni degli addetti marketing che ancor oggi vengono definiti product managers invece di customers managers.

Il conflitto nasce tra mutamenti sociali con cicli di evoluzione sempre più rapidi in atto e l’incapacità delle imprese di adattarvisi sia in termini di organizzazione interna che di comunicazione e relazione con l’esterno.

Questi elementi sono confermati dall’ Ipsos Global@dvisor-Reputation Risk Identifier, ricerca che con cadenza biennale il noto istituto internazionale di ricerche ed analisi di mercato svolge con l’obiettivo di identificare e comprendere le dinamiche in atto nel rapporto tra le imprese e l’ambiente esterno.

La ricerca [*] nella sua edizione più recente condotta in 22 nazioni, compresa l’Italia, nell’ ottobre 2007 ed i cui risultati sono stati resi disponibili pubblicamente non più tardi del 2 gennaio ultimo scorso, traccia, appunto, lo stato attuale dell’arte e le cui risultanze sono già sintetizzate dal titolo del comunicato stampa “Not So Happy New Year Wishes To National And Multinational Corporations From The World’s Most Engaged, Influential“.

Oltre i ¾ del campione intervistato [74%] ritiene che le imprese abbiano un livello di influenza troppo elevato; nel nostro paese la percentuale di individui che la pensano a questo modo si assesta al 72% dei rispondenti.

Quasi la stessa percentuale pensa che i governi nazionali dovrebbero essere più determinati nel regolare le attività delle imprese; in Italia il 67%.

Il 69% dei 22mila individui intervistati,rappresentativi della popolazione delle nazioni prese in esame, ritiene che le aziende siano più potenti dei governi; percentuale che alle nostre latitudini sale al 74%.

Infine, il 45% ritiene che l’influenza esercitata dalle imprese abbia una connotazione negativa. L’Italia si colloca leggermente sopra la media con una percentuale del 46%.

Anche l’articolo pubblicato sul supplemento economico del quotidiano spagnolo “El Pais” il 6 gennaio ricorda, se fosse necessario, come “Los negocios que perduran son los que establecen relaciones justas, en las que todos los actores implicados salen ganando.

Esiste dunque chiaramente un problema di etica e di responsabilità sociale d’impresa che è divenuto sempre più evidente e pressante al quale le organizzazioni sin ora non hanno dato risposta.

L’ampliamento della comunicazione e delle relazioni magnificato dall’avvento di internet ad oggi ha ulteriormente ingigantito questa dicotomia.

La reputazione delle imprese passa inevitabilmente attraverso la loro riorganizzazione e la rielaborazione del marketing che deve assumere maggior centralità all’interno delle stesse per il passaggio definitivo dal product management al customer management nella sua accezione più completa spostando l’accento definitivamente sulla human satisfaction.

Ritengo che questo percorso possa definirsi visionario poiché implica una visione di medio lungo periodo per le imprese ma che non abbia nulla di utopico.

Non credo che il confronto possa ritenersi esaurito in questa breve riflessione che invece di pone l’obiettivo di alimentarne la portata. Sarà, dunque, necessario continuare a lavorarci sopra con costanza e determinazione.

[*] The survey audience–the Intelligaged global population–is the most involved and influential population per country: a total of 100% are online, 68% voted in the last election they were eligible to do so, half have instigated political, economic and social discussions, and 37% have signed a petition within the past year. On the consumer behavior side, half (47%) chose to buy a product or service because of a company’s ethical, social or environmental reputation and one third (33%) advised others against using a specific company or service for the same reason.

Utopie per il marketing o marketing di utopie?

Tommaso moroNel fare gli auguri di Natale su questo portale, Enore ha fatto ricorso ad una parola oggi poco usata. Ha parlato del suo amore, molto generazionale, per le utopie e del suo nuovo tentativo di essere realista cercando di realizzare l’impossibile. Di utopia parla anche Gianluca Diegoli nel suo blog minimarketing proponendo, dopo le quattro P e le innumerevoli C (cliente ecc.) del marketing, le sette T da associare a quello che ha definito marketing utopico e che sono state declinate in true, transparency, try, test, trust, tell, talk. La nuova proposta concettuale, che con i suoi termini in lingua inglese tradisce la provenienza anglosassone del nuovo modello di riferimento, forse non dovrebbe meritare l’attenzione di marketingagorà, ma ciò che a me interessa qui è il ricorso alla parola UTOPIA.

Mai come in quest’epoca gli utopisti, intesi qui come persone che vivono i molti non-luoghi che si materializzano costantemente in rete, sono diventati tantissimi e Tommaso Moro, considerato il progenitore del termine utopia, si troverebbe oggi in allegra e rumorosa compagnia ( chissà come sarebbe il suo blog!!) . L’epoca che viviamo è caratterizzata dalle tecnologie virtuali, da dimensioni e universi paralleli ai nostri che ci regalano una contrazione costante dello spazio e del tempo permettendoci di unire il passato al presente, attraverso sistemi di archiviazione potenti, e quest’ultimo con l’avvenire, attraverso tecnologie di simulazione che consentono di prefigurare il futuro prossimo venturo.

L’utopia nella quale siamo già tutti immersi, a volte senza esserne coscienti, è caratterizzata da una memoria/mente sempre più collettiva (Pierre Levy) e connettiva (Derrick De Kerckhove), da una crescente fiducia nella forza dell’intelligenza umana e dalla rilevanza data all’attimo presente (il qui e ora – the long and deep now). L’utopia che viviamo si svolge nel ciberspazio, uno spazio parallelo a quello reale e a quello mentale, uno spazio che non ha luogo, che non occupa superfici ma che ci ingloba e ci contiene come un utero sociale e tecnologico (bodynet in E-Topia di William Mitchell).

E’ un’utopia (e-topia o eu-topia) globalizzata, nodale e mondiale che obbliga a ripensare quanto fin qui già pensato e tradotto in progetti, a riorganizzare i territori che abitiamo e a ridefinire i confini linguistici nei quali comunichiamo.

YouTube Video - collegamento esterno

*Ma se questo contesto risulta verosimile, quale ruolo si prefigura per il marketing di un futuro che è diventato presente? In che modo il marketing può diventare strumento potente per soddisfare consumatori post-moderni sempre più frustrati? Quali linguaggi usare? Quali tecnologie prediligere a fronte di una convergenza tecnologica sempre più accelerata? E’ sufficiente confinare gli sforzi ai contenuti della rete o è necessario intervenire per orientare e dare forma all’osservazione e alla percezione del consumatore e indirizzare i suoi desideri?

Molte domande alle quali è difficile oggi trovare risposte concrete e che vedono confrontarsi su un piano più generale e culturale opinioni più o meno radicali e opposte. Mark Dery (“Velocità di fuga. Cyberculture di fine millennio” edito in Italia da Feltrinelli) ad esempio rifiuta e combatte aspramente l’utopia tecnologica e mass-mediatica e paventa l’avvento di un futuro nel quale la comunicazione tra uomo e macchina porta all’autismo individuale e collettivo. Sul fronte opposto Nicholas Negroponte prevede un futuro fatto di consumatori e venditori nel quale gli esseri umani e i cittadini sono assenti perchè hanno lasciato il posto a macchine e tecnologie.

*Non potendo dare a mia volta risposte certe, voglio provare a suggerire, prendendo a prestito alcune idee tratte da un testo di Michael La Chance letto in francese parecchi anni, alcune riflessioni e temi che potrebbero essere utili non tanto per sviluppare nuove iniziative di marketing quanto per definire in modo più coerente con il mercato e il consumatore attuale il contesto culturale e le metafore nelle quali collocare le nuove iniziative per un marketing in grado di realizzare nuove utopie. Si tratta di un tentativo finalizzato alla definizione dei nuovi principi che caratterizzano lo sviluppo e la pratica della conoscenza che plasmano il consumatore post-moderno e che possono avere un impatto importante su tutte le attività di marketing e comunicazione:

  • Navigazione in rete: uso dell’ipertesto e delle finestre per viaggiare attraverso informazioni non strutturate. Importanza di un’interfaccia onnipresente tra il soggetto e l’informazione.
  • Variazione costante e trasversalità dei campi d’esperienza: le modalità con cui si usufruisce e si visualizzano i contenuti cambiano in modo costante
  • Prevalere delle mappe, delle immagini del pensiero, dei diagrammi, delle rappresentazioni topologiche, olografiche che guidano la creazione di un concetto ( la noosfera di Edgar Morin)
  • Costruzione/Ricostruzione: ciò che avviene dopo la navigazione, la costruzione di un punto di vista che comprende tutto ciò che è stato navigato/assimilato, una specie di indice, un diagramma
  • Attualizzazione: la realizzazione del virtuale e le nuove categorie del possibile.
  • Presentazione: modi diversi di presentazione attraverso l’uso di tecnologie, supporti grafici, video, animazioni. Una produzione concettuale aumentata dall’interattività, dall’apporto dell’esperienza sensoriale ipermediale e dalla trasversalità
  • Creatività, improvvisazione, autonomia
  • Esperienza mediatica: la semplicità dei mezzi e la ricchezza degli effetti ridefiniscono la nostra esperienza sensoriale
  • La complessità
  • Internet come teatro cognitivo nel quale il consumatore crea nuovi contesti, memorizza, manipola, programma e comunica
  • Collaborazione e produzione di oggetti virtuali modellati in gruppo
  • Natura e potere del’informazione. Informazione come regolatore sociale ( digital divide), moneta di scambio, sistema nervoso della società…..

Credo che la vera utopia marketing sia quella di poter ‘possedere’ un cliente per sempre ( life time ) e di poterlo fare nella sua più piena soddisfazione.

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Per raggiungere questo obiettivo serve una comunicazione costante, una perseveranza nell’apprendere e comprendere il mondo che ci sta intorno e il mercato di riferimento, la capacità di influenzare “the big picture” per contribuire a definire la visione sul lungo termine, la pervicacia nella costruzione di un processo circolare nel quale valorizzare i punti precedenti. *Tutto facile ma certamente molto complesso. Perché si tratta di costruire sogni e realizzare utopie (un consumatore o cliente che accetti qualsiasi prodotto senza lamentarsi). Ma soprattutto perché tutto sembra muoversi ad una velocità tale da rendere vano qualsiasi nostro tentativo di individuare i nuovi trend e definire le nuove direzioni e da far prevalere un approccio più coerente con le teorie della complessità che ci suggeriscono un approccio fuzzy e di dare maggior valore all’osservazione dei fenomeni emergenti. Non è un problema di mezzi o di tecnologie ma di capacità a comprendere che l’utopia marketing è già qui e che dobbiamo solo metterci nella condizione di comprendere le novità emergenti quali ad esempio: la fine della televisione, l’importanza della telefonia mobile (prima o poi parleremo nel e con il nostro orologio o con un chip implantato nel nostro pollice), il ruolo diabolico dei cookies, l’emergere di nuove forme di creatività, il ruolo delle comunità in rete e della comunicazione interna e intracomunitaria, la personalizzazione dei messaggi e dei contenuti, la rapidità e facilità di di esecuzione, la capacità e l’abilità nel misurare i risultati e imparare dagli errori compiuti., l’amore per la cultura e l’approccio olistico e rinascimentale di Leonardo da Vinci, l’amore e la passione per il proprio lavoro (amore inteso come emozione ), l’umorismo e l’autoironia uniti alla capacità di essere pragmatici e drastici nelle decisioni, la long tail, l’importanza dei contenuti delle attività virali, del passaparola e dei mondi virtuali e paralleli.

Non credo di avere aggiunto nulla di nuovo a quanto già noto nella mente dei molti frequentatori di marketingagorà. Ma volevo dare un mio contributo alla comunità con un tentativo di riflessione su temi che potrebbero diventare oggetto di nostre attività e iniziative future.

Attendo commenti e provocazioni!

Carlo