Reputation Risk: Il paradigma non utopico

All’interno di questi spazi, da un lato Carlo Mazzucchelli propone una sintesi dello stato dell’arte davvero esaustiva relativamente alle “utopie per il marketing o marketing di utopie” che da luogo ad un fitto ed interessante confronto sul tema proposto, dall’altro Enore continua a condurre la sua battaglia per l’accessibilità caricandola di una doppia valenza, etica ed economica.

Il termine che accompagna entrambi i temi proposti che si ricorrono tra loro in un continuum virtuoso, seppur partendo da prospettive e priorità parzialmente distinte, pare essere fondamentalmente uno: utopia.

Parrebbe dunque che la visione di entrambi rischi di svanire nella definizione del termine trasformandosi in sogno e speranza invece che in obiettivo.

Recentemente io stesso ho definito coloro che collaborano a questo progetto come uno sparuto gruppo di avventurosi e visionari collavoratori alimentando forse la sensazione che la e – topia fosse tale. Seppur mi conforti constatare che le persone in grado di cogliere i segnali deboli abbiano compreso, al fine di meglio specificare questo tema ed alimentare così il confronto professionale sullo stesso, vorrei oggi approfondirne alcuni elementi.

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Nei mesi scorsi il grido di allarme sull’immagine e la capacità di promuovere se stesso da parte del marketing è stato lanciato da Gianpaolo Fabris nelle pagine di “Affari & Finanza” che per sottolinearne l’inadeguatezza ricordava come questa disciplina sia comunemente vissuta e declinata come sinonimo di “furbata”, di stratagemma artificioso teso ad ingannare l’individuo durante quel percorso che noi marketers tendiamo a definire atto d’acquisto e di consumo.

Personalmente ho sempre ritenuto che coloro ritenevano [ritengono] il marketing una disciplina così sofisticata e sottile dotata di occulte capacità di persuasione fossero degli illusi e/o degli ignoranti, immaginando che invece l’abilità e la professionalità degli addetti ai lavori si limitasse ad una sensibilità ed una capacità di approfondire l’analisi dei bisogni esplorando quelli che comunemente, in sintesi, vengono definiti bisogni consci inespressi e inconsci/latenti.

Ciò nonostante concordo con la necessità di rielaborare il percorso ed anche per questo mi accanisco nello sviluppo di questo nostro progetto la cui parte visibile è contenuta in questi ambiti virtuali.

Esiste una prima distinzione semantica che vorrei puntualizzare. Credo infatti che complessivamente più che di utopia si possa/debba parlare di distopia, anche in chiave di marketing, per sottolineare la continuità con il processo sin ora compiuto, amplificando e rendendo tangibili quelle tendenze che ipso facto sono già presenti e che le imprese non sono in grado di soddisfare per le carenze organizzative alle quali non riescono a supplire sin ora.

Il marketing infatti viene additato come responsabile e talvolta come promotore del disassamento tra impresa ed individuo ma questo avviene semplicemente poiché nell’ambito dell’organizzazione aziendale questo comparto rappresenta il primo [e spesso unico] punto di contatto tra l’azienda e i suoi stakeholders. A tale riguardo, sperando di non essere eccessivamente didattico e didascalico, vi [ri]propongo quella che tra tutte è la definizione di marketing che maggiormente condivido: “Il marketing consiste in un gruppo di attività organizzate, programmate, controllate, che partono dallo studio del consumatore, a livello individuale, della domanda,a livello aggregato e della concorrenza e si attuano in forma integrata, per il raggiungimento degli obiettivi di medio – lungo termine attraverso la soddisfazione del consumatore”.

La distonia attuale è insita nelle definizioni degli addetti marketing che ancor oggi vengono definiti product managers invece di customers managers.

Il conflitto nasce tra mutamenti sociali con cicli di evoluzione sempre più rapidi in atto e l’incapacità delle imprese di adattarvisi sia in termini di organizzazione interna che di comunicazione e relazione con l’esterno.

Questi elementi sono confermati dall’ Ipsos Global@dvisor-Reputation Risk Identifier, ricerca che con cadenza biennale il noto istituto internazionale di ricerche ed analisi di mercato svolge con l’obiettivo di identificare e comprendere le dinamiche in atto nel rapporto tra le imprese e l’ambiente esterno.

La ricerca [*] nella sua edizione più recente condotta in 22 nazioni, compresa l’Italia, nell’ ottobre 2007 ed i cui risultati sono stati resi disponibili pubblicamente non più tardi del 2 gennaio ultimo scorso, traccia, appunto, lo stato attuale dell’arte e le cui risultanze sono già sintetizzate dal titolo del comunicato stampa “Not So Happy New Year Wishes To National And Multinational Corporations From The World’s Most Engaged, Influential“.

Oltre i ¾ del campione intervistato [74%] ritiene che le imprese abbiano un livello di influenza troppo elevato; nel nostro paese la percentuale di individui che la pensano a questo modo si assesta al 72% dei rispondenti.

Quasi la stessa percentuale pensa che i governi nazionali dovrebbero essere più determinati nel regolare le attività delle imprese; in Italia il 67%.

Il 69% dei 22mila individui intervistati,rappresentativi della popolazione delle nazioni prese in esame, ritiene che le aziende siano più potenti dei governi; percentuale che alle nostre latitudini sale al 74%.

Infine, il 45% ritiene che l’influenza esercitata dalle imprese abbia una connotazione negativa. L’Italia si colloca leggermente sopra la media con una percentuale del 46%.

Anche l’articolo pubblicato sul supplemento economico del quotidiano spagnolo “El Pais” il 6 gennaio ricorda, se fosse necessario, come “Los negocios que perduran son los que establecen relaciones justas, en las que todos los actores implicados salen ganando.

Esiste dunque chiaramente un problema di etica e di responsabilità sociale d’impresa che è divenuto sempre più evidente e pressante al quale le organizzazioni sin ora non hanno dato risposta.

L’ampliamento della comunicazione e delle relazioni magnificato dall’avvento di internet ad oggi ha ulteriormente ingigantito questa dicotomia.

La reputazione delle imprese passa inevitabilmente attraverso la loro riorganizzazione e la rielaborazione del marketing che deve assumere maggior centralità all’interno delle stesse per il passaggio definitivo dal product management al customer management nella sua accezione più completa spostando l’accento definitivamente sulla human satisfaction.

Ritengo che questo percorso possa definirsi visionario poiché implica una visione di medio lungo periodo per le imprese ma che non abbia nulla di utopico.

Non credo che il confronto possa ritenersi esaurito in questa breve riflessione che invece di pone l’obiettivo di alimentarne la portata. Sarà, dunque, necessario continuare a lavorarci sopra con costanza e determinazione.

[*] The survey audience–the Intelligaged global population–is the most involved and influential population per country: a total of 100% are online, 68% voted in the last election they were eligible to do so, half have instigated political, economic and social discussions, and 37% have signed a petition within the past year. On the consumer behavior side, half (47%) chose to buy a product or service because of a company’s ethical, social or environmental reputation and one third (33%) advised others against using a specific company or service for the same reason.

Utopie per il marketing o marketing di utopie?

Tommaso moroNel fare gli auguri di Natale su questo portale, Enore ha fatto ricorso ad una parola oggi poco usata. Ha parlato del suo amore, molto generazionale, per le utopie e del suo nuovo tentativo di essere realista cercando di realizzare l’impossibile. Di utopia parla anche Gianluca Diegoli nel suo blog minimarketing proponendo, dopo le quattro P e le innumerevoli C (cliente ecc.) del marketing, le sette T da associare a quello che ha definito marketing utopico e che sono state declinate in true, transparency, try, test, trust, tell, talk. La nuova proposta concettuale, che con i suoi termini in lingua inglese tradisce la provenienza anglosassone del nuovo modello di riferimento, forse non dovrebbe meritare l’attenzione di marketingagorà, ma ciò che a me interessa qui è il ricorso alla parola UTOPIA.

Mai come in quest’epoca gli utopisti, intesi qui come persone che vivono i molti non-luoghi che si materializzano costantemente in rete, sono diventati tantissimi e Tommaso Moro, considerato il progenitore del termine utopia, si troverebbe oggi in allegra e rumorosa compagnia ( chissà come sarebbe il suo blog!!) . L’epoca che viviamo è caratterizzata dalle tecnologie virtuali, da dimensioni e universi paralleli ai nostri che ci regalano una contrazione costante dello spazio e del tempo permettendoci di unire il passato al presente, attraverso sistemi di archiviazione potenti, e quest’ultimo con l’avvenire, attraverso tecnologie di simulazione che consentono di prefigurare il futuro prossimo venturo.

L’utopia nella quale siamo già tutti immersi, a volte senza esserne coscienti, è caratterizzata da una memoria/mente sempre più collettiva (Pierre Levy) e connettiva (Derrick De Kerckhove), da una crescente fiducia nella forza dell’intelligenza umana e dalla rilevanza data all’attimo presente (il qui e ora – the long and deep now). L’utopia che viviamo si svolge nel ciberspazio, uno spazio parallelo a quello reale e a quello mentale, uno spazio che non ha luogo, che non occupa superfici ma che ci ingloba e ci contiene come un utero sociale e tecnologico (bodynet in E-Topia di William Mitchell).

E’ un’utopia (e-topia o eu-topia) globalizzata, nodale e mondiale che obbliga a ripensare quanto fin qui già pensato e tradotto in progetti, a riorganizzare i territori che abitiamo e a ridefinire i confini linguistici nei quali comunichiamo.

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*Ma se questo contesto risulta verosimile, quale ruolo si prefigura per il marketing di un futuro che è diventato presente? In che modo il marketing può diventare strumento potente per soddisfare consumatori post-moderni sempre più frustrati? Quali linguaggi usare? Quali tecnologie prediligere a fronte di una convergenza tecnologica sempre più accelerata? E’ sufficiente confinare gli sforzi ai contenuti della rete o è necessario intervenire per orientare e dare forma all’osservazione e alla percezione del consumatore e indirizzare i suoi desideri?

Molte domande alle quali è difficile oggi trovare risposte concrete e che vedono confrontarsi su un piano più generale e culturale opinioni più o meno radicali e opposte. Mark Dery (“Velocità di fuga. Cyberculture di fine millennio” edito in Italia da Feltrinelli) ad esempio rifiuta e combatte aspramente l’utopia tecnologica e mass-mediatica e paventa l’avvento di un futuro nel quale la comunicazione tra uomo e macchina porta all’autismo individuale e collettivo. Sul fronte opposto Nicholas Negroponte prevede un futuro fatto di consumatori e venditori nel quale gli esseri umani e i cittadini sono assenti perchè hanno lasciato il posto a macchine e tecnologie.

*Non potendo dare a mia volta risposte certe, voglio provare a suggerire, prendendo a prestito alcune idee tratte da un testo di Michael La Chance letto in francese parecchi anni, alcune riflessioni e temi che potrebbero essere utili non tanto per sviluppare nuove iniziative di marketing quanto per definire in modo più coerente con il mercato e il consumatore attuale il contesto culturale e le metafore nelle quali collocare le nuove iniziative per un marketing in grado di realizzare nuove utopie. Si tratta di un tentativo finalizzato alla definizione dei nuovi principi che caratterizzano lo sviluppo e la pratica della conoscenza che plasmano il consumatore post-moderno e che possono avere un impatto importante su tutte le attività di marketing e comunicazione:

  • Navigazione in rete: uso dell’ipertesto e delle finestre per viaggiare attraverso informazioni non strutturate. Importanza di un’interfaccia onnipresente tra il soggetto e l’informazione.
  • Variazione costante e trasversalità dei campi d’esperienza: le modalità con cui si usufruisce e si visualizzano i contenuti cambiano in modo costante
  • Prevalere delle mappe, delle immagini del pensiero, dei diagrammi, delle rappresentazioni topologiche, olografiche che guidano la creazione di un concetto ( la noosfera di Edgar Morin)
  • Costruzione/Ricostruzione: ciò che avviene dopo la navigazione, la costruzione di un punto di vista che comprende tutto ciò che è stato navigato/assimilato, una specie di indice, un diagramma
  • Attualizzazione: la realizzazione del virtuale e le nuove categorie del possibile.
  • Presentazione: modi diversi di presentazione attraverso l’uso di tecnologie, supporti grafici, video, animazioni. Una produzione concettuale aumentata dall’interattività, dall’apporto dell’esperienza sensoriale ipermediale e dalla trasversalità
  • Creatività, improvvisazione, autonomia
  • Esperienza mediatica: la semplicità dei mezzi e la ricchezza degli effetti ridefiniscono la nostra esperienza sensoriale
  • La complessità
  • Internet come teatro cognitivo nel quale il consumatore crea nuovi contesti, memorizza, manipola, programma e comunica
  • Collaborazione e produzione di oggetti virtuali modellati in gruppo
  • Natura e potere del’informazione. Informazione come regolatore sociale ( digital divide), moneta di scambio, sistema nervoso della società…..

Credo che la vera utopia marketing sia quella di poter ‘possedere’ un cliente per sempre ( life time ) e di poterlo fare nella sua più piena soddisfazione.

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Per raggiungere questo obiettivo serve una comunicazione costante, una perseveranza nell’apprendere e comprendere il mondo che ci sta intorno e il mercato di riferimento, la capacità di influenzare “the big picture” per contribuire a definire la visione sul lungo termine, la pervicacia nella costruzione di un processo circolare nel quale valorizzare i punti precedenti. *Tutto facile ma certamente molto complesso. Perché si tratta di costruire sogni e realizzare utopie (un consumatore o cliente che accetti qualsiasi prodotto senza lamentarsi). Ma soprattutto perché tutto sembra muoversi ad una velocità tale da rendere vano qualsiasi nostro tentativo di individuare i nuovi trend e definire le nuove direzioni e da far prevalere un approccio più coerente con le teorie della complessità che ci suggeriscono un approccio fuzzy e di dare maggior valore all’osservazione dei fenomeni emergenti. Non è un problema di mezzi o di tecnologie ma di capacità a comprendere che l’utopia marketing è già qui e che dobbiamo solo metterci nella condizione di comprendere le novità emergenti quali ad esempio: la fine della televisione, l’importanza della telefonia mobile (prima o poi parleremo nel e con il nostro orologio o con un chip implantato nel nostro pollice), il ruolo diabolico dei cookies, l’emergere di nuove forme di creatività, il ruolo delle comunità in rete e della comunicazione interna e intracomunitaria, la personalizzazione dei messaggi e dei contenuti, la rapidità e facilità di di esecuzione, la capacità e l’abilità nel misurare i risultati e imparare dagli errori compiuti., l’amore per la cultura e l’approccio olistico e rinascimentale di Leonardo da Vinci, l’amore e la passione per il proprio lavoro (amore inteso come emozione ), l’umorismo e l’autoironia uniti alla capacità di essere pragmatici e drastici nelle decisioni, la long tail, l’importanza dei contenuti delle attività virali, del passaparola e dei mondi virtuali e paralleli.

Non credo di avere aggiunto nulla di nuovo a quanto già noto nella mente dei molti frequentatori di marketingagorà. Ma volevo dare un mio contributo alla comunità con un tentativo di riflessione su temi che potrebbero diventare oggetto di nostre attività e iniziative future.

Attendo commenti e provocazioni!

Carlo

Brand Advocacy

Iniziamo l’anno riprendendo il discorso da dove ci eravamo [sof]fermati per la pausa natalizia.

La Brand advocacy è infatti in chiave di comunicazione d’impresa uno dei principali obiettivi dell’esercizio di influenza.

La Brand advocacy è l’atto spontaneamente compiuto dall’individuo di raccomandare/consigliare a conoscenti ed amici un determinato prodotto/brand così da influenzarne le scelte. Rappresenta evidentemente il fine ultimo del word of mouth marketing e dei processi di influenza che lo generano.

L’ European Advocacy Study ha preso in considerazione cinque categorie di prodotto ed analizzato le dinamiche di influenza da parte degli individui in quattro nazioni Italia inclusa.

La ricerca è stata condotta attraverso 4mila interviste on line e le categorie di prodotto prese in considerazione sono state: automobili, personal computer, telefoni mobili, superalcolici e apparati televisivi. I risultati emergenti sono davvero d’interesse per chi si interessa a quest’area del marketing e della comunicazione e, ovviamente, in particolare per coloro che intervengono professionalmente nei succitati mercati.

Il primo aspetto preso in considerazione dalla ricerca era teso a paragonare l’efficacia della brand advocacy nello stimolare le vendite di un determinato prodotto/brand in comparazione all’efficacia della pubblicità tradizionale.

In Europa tale efficacia parrebbe essere cinque volte superiore, mentre, in specifico riferimento al nostro paese, le categorie che maggior beneficio trarrebbero sono le automobili ed i personal computer.

Proportion of consumers prompted to purchase by Brand Advocacy

Europe UK Germany Spain Italy
All Categories 37.3% 39.9% 29.4% 38.1% 39.8%
TV 24.7% 31.0% 18.5% 22.2% 26.1%
Mobile 32.1% 34.6% 28.9% 24.8% 39.3%
PC 31.0% 34.4% 26.8% 27.5% 35.5%
Auto 48.1% 45.3% 28.6% 56.8% 54.2%
Spirits 46.4% 49.7% 39.8% 55.6% 39.4%

[Fonte: European Advocacy Study]

Come emerge dalla tavola di sintesi soprariportata oltre un terzo degli acquisti effettuati sono frutto delle raccomandazioni e della relativa influenza esercitata dalle stesse. L’Italia, tra le nazioni prese in considerazione, pare essere quella dove questo fattore maggior influenza esercita.

E’ interessante notare come questo avvenga sia per prodotti “complessi” e di elevato valore unitario in termini di atto di acquisto quali, in primis, le automobili ma anche per prodotti più semplici e con prezzi di vendita inferiori quali i superalcolici.

Per ulteriori dettagli vi rimando alla lettura dell’abstract della ricerca.

Vorrei, in conclusione, sottolineare che l’elemento emergente dalle ricerca quale driver principale per costruire la brand advocacy è costituito dalla capacità di deliziare l’individuo proponendo e facilitandogli esperienze positive ed inattese.

Se vi fossero stati ancora dei dubbi sul valore del passaparola [on & off line] e dell’influenza la ricerca lo dissipa definitivamente. Ovviamente tutta l’organizzazione aziendale deve essere tesa verso questo obiettivo affinché si possano effettivamente costruire esperienze positive; tenteremo di approfondire questo aspetto confrontandoci sui concetti di management 2.0 a breve.

Anche per oggi, adesso a voi la parola.

Influence Map

Come promesso nell’articolo di sabato pubblichiamo quest’oggi la mappa concettuale dei fattori correlati al processo di influenza.

Obiettivo della mappa è di costituire, da un lato, elemento di confronto sugli item identificati nonché sulle relative correlazioni e, dall’altro, di proporre gli elementi sul quale il gruppo di collavorazione [e tutti coloro che vorranno contribuire attivamente direttamente o indirettamente] finalizzerà gli output relativamente alle metriche per misurare non solo qualitativamente il processo di influenza.

Credo che se gli item identificati, ed ogni integrazione o variazione del caso, saranno condivisi si potrà dunque iniziare il brainstorming ed approfondire congiuntamente la ricerca sul tema.

Chiunque voglia intervenire operativamente sulla mappa può farlo attraverso lo strumento utilizzato per realizzarla che permette la condivisione dei singoli progetti/mind maps o altri eventualmente migliori che suggerirete che sono pronto ad adottare in alternativa.

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Cliccando sull’immagine sarete in grado di visualizzarle adeguatamente.

A voi la parola.

The process of influence in the many to many communication era

Alcune persone hanno la capacità di interpretare in maniera anticipatoria la realtà decodificando i mutamenti in atto prima e meglio di altri. Essi sono certamente dotati di una vivacità intellettuale fuori dal comune che manifestano concretamente attraverso lo sviluppo e la finalizzazione di ricerca costante applicata ai campi di loro interesse.

Queste persone vengono spesso catalogate come visionarie poiché la resistenza al cambiamento insita nella natura umana e la generale incapacità di cogliere i segnali deboli da parte della maggioranza della popolazione fa sì che le loro proposte vengano complessivamente sottovalutate.

Per quanto riguarda i processi di comunicazione e la loro applicazione nell’ambito della comunicazione d’impresa è questo certamente il caso delle tesi del celeberrimo Cluetrain Manifesto [ITA] ancora oggi ampiamente sottovalutato e sottoimpiegato , delle TAZ di Akim Bey [Temporary Autonomous Zone] e di Manuel Castells in The Rise of the Network Society.

In riferimento ai processi di influenza ed all’impatto che internet nel suo complesso ha avuto e sviluppa in quest’ambito, è illuminante l’osservazione di Castells che ho già avuto modo di segnalare:
“La logica di rete induce una determinazione sociale di livello superiore rispetto a quello degli interessi sociali specifici espressi nelle reti; il potere dei flussi afferma la sua priorità sui flussi del potere”

Questa considerazione è stata sottovalutata probabilmente anche per il contenuto potenzialmente minacciante sotto il profilo politico ma sintetizza ottimamente le attuali logiche dei processi e dei drivers dell’influenza.

Come riportato nella sintesi del recente studio effettuato dal PIC [Project Internet Catalonia]: “The world of communication is becoming populated by proactive creators of messages rather than by vegetative coach potatoes“.

L’impatto che questi elementi determinano in relazione al processo di influenza, alle sue dinamiche ed ai suoi attori è segnalato , come soprariportato, da tempo e richiamato recentissimamente da Gianluca Diegoli e Italo Vignoli.

La struttura dell’influenza ha una forma a diamante e non piramidale come eravamo normalmente abituati a credere; l’ipotesi comune secondo la quale pochi influenzatori, i cosiddetti opinion leaders, con molte connessioni dirette ed indirette sarebbero in grado di influenzare una vasta proporzione della popolazione appare inaccurata suggerendo invece un ruolo ed un potenziale significativo alla maggioranza costituita dai “moderately connected”. Questo è il vero impatto che gli users generated media stanno avendo sulla struttura della comunicazione, delle relazioni e, quindi, dell’influenza.

Il declino di attenzione nei confronti dei mainstream media e la relativa inabilità al controllo dell’informazione che il passaggio da one to many a many to many comportano la rivoluzione che solo ciechi [pour cause] passano inavvertita. La portata di questi fenomeni attraversa la società nella sua complessità esercitando il suo impatto in tutto quello che è comunicazione e relazione siano politica o d’impresa.

Anche le motivazioni ad esercitare questa influenza sono complessivamente mutate come illustra questo video che esplica la circolarità e l’automotivazione come principali drivers.

Questi elementi, con finalmente riferimenti anche alla nostra realtà nazionale, sono contenuti ed analizzati come sempre con professionalità e ricchezza di esemplificazioni in “Economia della felicità. Dalla blogosfera al valore del dono e oltre” dell’ottimo Luca De Biase che avendo appena terminato di leggere vi raccomanderei, se posso [sempre in tema di influenza e motivazioni], di annoverare tra le vostre letture/regali di natale.

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Lunedì verrà pubblicata una prima mappa concettuale su questo tema all’interno di questi spazi poiché questo tema oggi sinteticamente affrontato è certamente uno degli aspetti centrali tra gli output che tenteremo di fornire nel tempo.

E – Fluentials ask for respect and trasparency

Burson Mastellers ha reso pubblici gratuitamente [a proposito di “donate” ed influenza] i principali risultati della ricerca effettuata nel luglio 2007 sulla percezione dell’opera di coloro che vengono romanticamente definiti “web angels” e del “web evangelism” in generale. Termini presi a prestito dalle teorie di diffusione della religione su internet che però in realtà, come le evidenze raccolte sembrano dimostrare, ha assunto il significato di omonimia con il più noto termine “fake”.

La ricerca è stata condotta on line su un campione rappresentativo dell’universo di mille rispondenti, 150 dei quali sono stati identificati come e-fluentials.

Alcuni risultati confermano fondamentalmente gli esiti di ricerche precedenti approfondendo però la parte relativa alla percezione di operazioni di diffusione di informazioni da parte di “brand advocates” e sul comportamento che ne deriva da questa percezione.

Arriviamo subito alla conclusione di sintesi dei risultati della survey per poi, applicando la tanto da me prediletta “tecnica del gambero“©, commentare alcuni aspetti di rilevanza che sembrano emergere.

La maggior parte degli e-fluentials sono molto meno propensi ad acquistare un prodotto/servizio quando nutrono il sospetto che ci sia un professionista a pagamento dietro a commenti ed opinioni all’interno di blog e del web in generale.

Oltre alla consapevolezza crescente di questo fenomeno che viene descritta nel grafico di sintesi sottoriportato è il sotterfugio che crea sospetto e cinismo nei confronti di questo tipo di operazioni generando così fastidio ed, in ultima analisi, rifiuto nei confronti del prodotto e/o della marca.

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Ad azione, come sempre avviene, corrisponde reazione; in questo caso, come abbiamo già accennato, negativa.

A fronte del sospetto di non trasparenza la cautela e le barriere si innalzano nei comportamenti generali ed ancorpiù in quelli degli opinion leaders.

Altro elemento d’interesse è fornito dalla consapevolezza ma anche dal piacere di avere capacità di influenza da parte degli stessi che richiedono fondamentalmente rispetto.

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Le chiavi di volta nella capacità strategica d’impresa di connettersi efficacemente con i consumatori sono dunque fondamentalmente trasparenza e rispetto.

Sarà un percorso ancora lungo e difficile per la maggioranza delle imprese abituate storicamente a comunicazione monodirezionale, segreti aziendali e complessivo predominio dell’industria sul consumatore ma è certamente l’unica via percorribile.

Dal web 2.0 adesso il percorso è arrivare all’impresa 2.0, il resto è mera tattica.